lunedì 16 marzo 2015

Giorni tristi


Sono giorni difficili per la mia città, balzata sulle cronache nazionali per un orrendo delitto avvenuto ai danni di un giovane senza colpa, alcuna. Moltissime le cose dette, fatte. Moltissimi i commenti al vetriolo; la rabbia esplode con il dolore e porta a galla la parte peggiore di noi. Perché la paura fa dire e pensare le cose più ignobili.
La gente è stanca, esasperata dal lassismo di uno stato assente, di istituzioni che non arginano i problemi, da un finto buonismo che ci porta tutti in balia dei folli. Un’onda di violenza e di razzismo si è innalzata davanti ad un delitto che, il caso ha voluto, così brutale. Dall’altra parte un ragazzo per bene, una famiglia distrutta che, malgrado il dolore, non vuole altra violenza ma solo giustizia. Sono giorni tristi, giorni in cui anche il cielo sembra non voglia brillare nel rispetto di chi se ne è andato, con la gola tagliata per mano di un balordo che, in questo caso, è uno straniero con precedenti e già espulso dal paese. Sono giorni in cui i pensieri si susseguono, si contraddicono, si confondono e lasciano l’amaro in bocca in chi cerca di inghiottire un dolore amaro, in cui tremano le certezze e le convinzioni. In cui vacillano anche i valori.

 

 

venerdì 6 marzo 2015

Cinquanta sfumature di auguri


L’idea di prendere tra le mani un metro e di costatare che, all’incirca, in prossimità dei cinquanta, si è oltre la metà del metro, non aiuta l’autostima di una donna, specialmente se è stata bella. Che poi non è che a cento, uno ci arriva tanto facilmente, eh.
Le cinquantenni o le donne in prossimità dei cinquanta che io conosco sono tutte, meravigliosamente belle. Fuori e dentro. E ciò che le rende belle, oltre l’aspetto fisico, è la forza che ci mettono nel nascondere e combattere quella stanchezza antica e remota che le ha accompagnate fino al punto in cui sono. Una cosa dolce che, ricorda l’atto di occultare la polvere sotto il tappeto, di riattaccare la punta al cioccolato del cornetto algida che si stacca mentre si scarta, di riassemblare pezzi di un puzzle che raffigura una vita quotidiana non sempre stellare.

E poi c’è tutta quella cosa, quella voglia di fare ancora, dire ancora, essere ancora, rinascere e riscoprirsi che scoppia dentro e in qualche modo, non sempre quello giusto, esplode. E allora gli devi dare un senso, una direzione, la devi accompagnare, la cosa, altrimenti ti ritrovi con la bocca a canotto, o con una maglietta che ti scopre una pancia prominente, con un volto tirato e le mani rugose. E allora la cosa, la voglia di essere ancora in pista la devi coccolare, malgrado le delusioni, nonostante il non sentirsi né carne, né pesce, di sentirsi come un mercoledì, nel mezzo di un tempo su cui devi indugiare di più. Liberandolo dal superfluo, spogliandolo, eliminando, alleggerendo e tirandogli su le coperte, abbracciandolo, come faremmo con nostro figlio.

Lavarsi i denti, raccontare favole e sognare ancora. E ancora e ancora.

Auguri quarantenni e cinquantenni e giù di lì e su di lì.

mercoledì 25 febbraio 2015

La follia ha i gambaletti color carne


C’è che ogni città di provincia possiede il proprio “matto”. Persone fuori dagli schemi, al margine della follia, ai limiti. Probabilmente anche le metropolitane li hanno, solo che, per dimensioni, caratterizzano solo alcuni quartieri o zone precise. Noi di matti ne abbiamo avuti parecchi. Sarà per via della presenza degli inceneritori. I nostri matti, tutti tendenzialmente di buona indole (tranne uno o due) hanno contribuito a rafforzare l’identità della mia città.

Non sempre positivamente.

Ogni villaggio, ogni paese, ogni agglomerato di uomini, possiede il suo matto. Perché il matto è chi rompe gli schemi, chi non ci sta, colui che non si addomestica.

Ogni paese ha una leggenda, una storia. Certo, anche in questo la giustizia è mal distribuita: c’è chi ha il “Sabato del villaggio” e chi “Lu paciarellu de bocca porcu”- e non chiedetemi di tradurre- ma, a ben guardare, ognuno ha il suo giullare.

Tra i vari matti che son passati lungo le vie di Terni, una è rimasta nel cuore a tanti.

Era Ausilia, la brutta copia della Merlini. Avrà pesato sì e no un cento chili, una coda di cavallo bassa, ai piedi degli orrendi gambaletti color carne. Chiedeva una sigaretta, oppure cento lire. Mille, con l’inflazione. Si appollaiava nei punti nevralgici della città e con il sorriso sdentato che ti conquistava, ti induceva a darle anche più di quel chiedeva. Aveva gli occhi brilli. Come se emanassero la luce tipica di chi ha visto prima il brutto e avesse deciso di alzare lo sguardo, sopra. IL suo sorriso illuminava, eppure forse, era più sola di certe tenebre.

E non so perché, ma oggi mentre sfrecciavo con la bicicletta tra le vie del centro, tra una corsa e l’altra per incastrare orari e impegni, ho pensato a lei.

L’ho rivista seduta in maniera poco elegante, con le gambe pelose scomposte, sconnessa, affacciarsi da un mondo tutto suo.

E la cosa peggiore è che, l’ho salutata.

giovedì 19 febbraio 2015

Che rabbia...


Guardo mio figlio giocare senza che lui si accorga del mio interesse. Muove le manine ondeggiandole nell’aria come ballerine con le ali. Può anche darsi che muova i fili immaginari di personaggi apparentemente irreali. Non so che gioco stia inventando, che paese stia popolando, quale lotta abbia ingaggiato, arruolando giganti e gnomi.
Poi, lo sento bisbigliare.
Racconta, a qualcuno che non vedo, la storia che gli ho letto ieri sera. E’ la storia di Roberto, bambino alle prese con una cosa che si chiama, rabbia. La cosa gli esplode dalla bocca e, grande e rossa come un incendio, nella sua massima espressione, rompe e sconquassa oggetti, mobili, cuscini e giocattoli. Roberto, preoccupato dai suoi giocattoli feriti, pian pianino si calma e corre a medicarli, a riaggiustare le cose rotte, a riordinare. Poi, prende la “cosa” rimpicciolita e la infila in una scatola intimandogli di non uscire più.
Non credo che il racconto metta al riparo dalla collera, ma sentirmi dire da mio figlio”Ah, ecco cos’era allora quando mi arrabbio!”, mi fa bene.
Yoga, pilates, sport fino allo sfinimento e sani vaffa, non convogliano la rabbia verso altre direzioni. Comprate, invece, enormi scatoloni.

Come loro, nessuno mai, torna utile al bisogno.
 
 
 

" Che rabbia" di Mireille d'Allancé: Roberto ha passato una bruttissima giornata: appena arrivato a casa risponde male al papà e non vuole mangiare gli spinaci. Che rabbia! Ma quando la Rabbia si materializza, Roberto comprende quanto può essere dannosa...

mercoledì 11 febbraio 2015

Da grande


Amo i parrucchieri come si può provare affetto per una vecchia zia, cicciona, che ti strapizzica le guance lasciandoti il segno, mentre l’odore stantio di naftalina si mischia a quello di rosa selvatica quando ti bacia, ma ti regala soldi per il tuo compleanno e per ogni festa santificata e tu non puoi non volerle bene senza sentirti in colpa. Il parrucchiere, proprio come la vecchia zia, mi annoia a morte. Le mani che mi invadono la testa mi infastidiscono come un ospite sgradito, mi urta la perdita di tempo impiegata per migliorare il mio aspetto e mi indispettisce il mio aspetto che, ha bisogno che qualcuno lo migliori.

Il mio parrucchiere si chiama Gianluca, ed è una persona adorabile: lo amerei oltre misura se facesse, che so, il giardiniere.

E’ stato grande, quindi, il mio stupore quando, mio figlio, forbici in mano, mi ha annunciato che da grande, farà Gianluca della città.

lunedì 9 febbraio 2015

Il naso all'insù


Il suo naso all’insù mi ricorda la scala per arrivare alla luna. La sequenza di una linea curva che porta al sogno. Come se dall’altezza del suo naso, accessibile a pochi, si potesse godere di una vista, diversa. Più ampia, intrisa di cose belle, fradicia d’amore. E mi diverte passarci sopra il dito e poi tuffarlo fiducioso ad angelo. Con le braccia aperte ad accogliere.
Il suo profilo, è una delle cose migliori che ho fatto.

mercoledì 4 febbraio 2015

Mille gocce di pioggia


Oggi piove. Piove che Dio la manda.
La mia amica sta partendo. Raggiunge la sorella dall’altra parte del mondo. Loro sono le mie cugine, le mie sorelle. Riflettevo sul fatto che le mie amiche sono andate tutte via, fuori. Qualcuna pure fuori di testa.
Oggi piove. Piove fortissimo e pare che l’acqua, fredda, umida, voglia portarsi via tutto. E’ la giornata giusta per essere tristi, è la giornata adatta per struggersi di ricordi, per liquefarsi insieme a quei quattro decenni passati insieme, insieme alle cose che ti legano senza bisogno di parole “perché in quel momento si era insieme e nulla, lo può cancellare”neanche l’acqua. Il groppo alla gola mi cammina sulla trachea, su e giù, su e giù, avanti e indietro a solcare anche lo sterno.
Oggi piove. Piove fortissimo.
Mio figlio ha voluto indossare delle galosce orribili. Azzurre. Con la scritta della polizia e i lampeggianti gialli e blu sul davanti. Sono proprio brutte. Se ci penso, però, mi sembra che piova meno e che il sole faccia capolino anche dai piedi.