Tra
mononucleosi, influenze, otiti e virus di diverso genere, siamo quasi arrivati
a Natale.
Ho visto
la prima recita di mio figlio, e ho pianto di emozione.
Perché
quel quasi metro di bambino sul palco, per me, era la cosa più vicina alla
perfezione.
La mia,
almeno, di perfezione. Il mio sogno possibile.
Ho letto
tanti post sul Natale. Racconti di emozioni, di attese, alcune felici, altre
meno. Alcuni bilanci stringono il cuore e fanno apprezzare di più quel che si
ha. Che è tanto, che è tutto, che è vita.
Ho pensato molto ad una frase che, priva di
un’accezione negativa, mi ha detto l’altra sera mio marito. “Tu sei madre,
prima di essere Raffaella.”
Lì per li non ho capito bene cosa intendesse dire.
Se la maternità mi avesse privata di una parte importante della mia personalità
o se avessi, in qualche modo, messo in secondo piano me stessa in favore di un
ruolo.
Poi ho capito. E sì, sono madre, prima ancora di
essere Raffaella. Ma credo che lo fossi, anche prima di mettere al mondo, Daniele.
Questi giorni festosi, sono giorni spietati per chi aspetta un figlio che non
arriva. E’ così, senza tanto girarci intorno. Chi prova, sa.
Perché il Natale è legato a doppio filo al concetto
di maternità. Tutto rimanda ad un atto creativo, di nascita, di speranza, di
fiducia.
Rubo, allora, le parole di Cecilia Mazzeo che, lo scorso
anno ha pubblicato su mmamaimperfetta questo post che, trovo bellissimo.
Perché è l’importanza di credere a Babbo Natale che,
ci rende, tutte, comunque, madri.
“Se chiudo gli occhi e penso a Babbo Natale vedo
un signore barbuto, canuto, con occhietti vispi, teneri e acquosi. Un abito
rosso che sa di ciniglia, di velluto e di pannolenci. Scarponi neri che non
fanno rumore, che nascondono passi felpati. Impronte eterne nel cuore e nella
memoria di ogni bimbo e poi di ogni uomo. Un’infinita catena di riti,
letterine, campanelle, nasi all’insù.
Ma ancor prima di tutto questo mi balza allo sguardo una protuberanza: la sua pancia. Quella pancia che sa di nonno goloso, di
banchetti “grassi” perché al Polo Nord fa molto freddo e si ha bisogno di
calorie. Quella pancia che rassicura perché imperfezione
umana, perché cuscino per le pene. Il mio sguardo però ha
acchiappato al volo anche un pensiero farfalla. La pancia mi rimanda
immediatamente ai concetti di: attesa, gravidanza, nascita, maternità. Quale simbolo migliore della pancia a
rappresentare il dono, l’amore? Cos’ è la pancia femminile se non una cuccia
calda in cui germoglia la vita e cresce e si fa strada, mistero d’amore!
Ogni tanto mi piace pensare che Babbo Natale sia un po’ tante cose. Un nonno
sì, un nonno con pancia di madre.
Che sia la fusione, l’alchimia, il senso profondo del nostro essere qui a
festeggiarci e festeggiare il Natale.
Del resto l’Avvento che ci conduce a scartare i suoi regali nella notte in cui
nasce il Bambin Gesù che cos’è se non una gravidanza
in miniatura? Un nono di gravidanza. 24 giorni in cui il cuore,
come un ventre, dovrebbe prepararsi per accogliere. In cui dovrebbe accendere
fiammelle dolci per rischiarare i passi, le direzioni. Avvento, dal latino
significa “venuta”. Per la fede cristiana, la venuta di Gesù Cristo annunciata
da una coda di stella brillantissima, dai Re Magi, dai pastori, dalle genti che
accorrono. La manifestazione di una gravidanza misteriosa senza seme. Un seme
di luce disceso dal cielo e annunciato da un angelo. Quando invitiamo qualcuno
a casa nostra ci piace che la casa sia pulita e in ordine, che emani una bella
energia. E all’igiene del cuore, dei pensieri…ci pensiamo mai? Il significato
dell’Avvento è proprio questo: preparare il cuore. Spolverarlo.
Buttare ciò che non serve e fare spazio per nuove energie. Accendervi dentro
candele profumate e sanificanti.
E Babbo Natale in tutto queste,
domanderete voi?
Babbo Natale è, secondo me, una specie di
ponte umano, simbolico, fiabesco
tra il sacro e il profano. È la personificazione della
speranza, della fiducia, del sogno possibile. È il cuore che si spreme, che
desidera, che ascolta, che crede, che si fida. È una specie di oggetto
tranfert, di copertina di Linus, di ciuccio, di biberon con latte caldo. È un
personaggio che, come i protagonisti delle fiabe, permette al bambino di
costruirsi una coscienza emotiva armoniosa e fiduciosa. Lo stesso psicanalista Bruno
Bettelheim spiegava l’importanza delle fiabe e dei suoi personaggi come
strumento di decodificazione della realtà e come stampella che fornisce le
chiavi di lettura per superare conflitti e paure. Inoltre è l’icona dell’uguaglianza.
Fino a due anni fa io scomparivo nella pancia di Babbo Natale. Era solo lui
l’artefice di tanta magia, di quell’attesa che fa venire l’acquolina e fa
palpitare il cuore. Ero una specie di ghost christmas maker. Non volevo
togliere ai miei figli l’amicizia di questa figura importante, di questo
“nonno” magico vestito di rosso. E’ fondamentale tenere intatto il cassetto della speranza e della gioia
bambina, fondamentale poter dire “io credo, io mi fido.” Babbo Natale è un atto
di fiducia, di amore senza discriminazioni. Babbo Natale dovrebbe saper azzerare le distanze, è il sogno di
tutti, per tutti.
I miei figli non sono più piccoli e sono fin troppo svegli. Avevo paura che
qualche loro compagno, più scettico e arrogante, potesse disturbare il loro
incanto. Così ho cominciato a prevenire, ho fatto a loro alcuni discorsi.
“Sapete, ci sarà qualcuno che vi
prenderà in giro, ci saranno amici che vi diranno ‘ma sei scemo? credi ancora a
queste fandonie? Sei proprio un pirla!’. Ma voi non offendetevi, rideteci su.
Non sanno quello che si perdono, non sanno che Babbo Natale non disturba chi
non crede, ma soddisfa chi lo aspetta con il cuore spalancato. Ah, un’altra
cosa: ci saranno bambini che riceveranno meno o più di voi. Non è una cosa
strana: Babbo Natale sa leggere il cuore dei genitori, non violenta i loro
desideri, il loro modo di pensare. Per ottenere certe cose…è perché dovete
crederci davvero tanto, con tutta l’anima, con le braccia aperte”.
Sono contraria a quei genitori che,
come panzer, comunicano ai propri figli (pensando siano già grandi): BABBO
NATALE NON ESISTE!, che è come dire “TI HO FREGATO PER DIECI ANNI, ORA BASTA,
SEI GRANDE.”
No, non così per favore. Questa è una forma di VIOLENZA lo sapete? È un
imbroglio? Una durezza che vi tornerà indietro senza sconto!
Nessun bambino deve accorgersi razionalmente di quel passaggio. Non deve esserci una comunicazione così brusca, cattiva quasi. Tutto deve
essere fluido, liscio, naturale, amorevole, dolce.
Io ho cominciato l’anno scorso. Babbo Natale (io) ha scritto loro una
lettera…dicendo che ormai sono quasi grandi e che i bambini nel mondo
continuano a nascere e sono davvero troppi per le sue sole forze, seppure
magiche. Che lui li ha instradati verso il Natale, li ha “svezzati”, condotti,
nutriti, che non sparirà mai per loro, ma che passerà il testimone alla mamma
(a me), vegliando sul mio lavoro, regalandomi spunti, confidandomi segreti,
prestandomi un po’ della sua polverina magica, farcendo la mia mente di idee.
Loro non hanno dubitato minimamente.
Come se, nel fondo del cuore e da sempre, sapessero che Babbo Natale sono io.
Che io sono Babbo Natale. Che l’amore è Babbo Natale. Che Babbo Natale è un
gesto, una coperta che ti avvolge per 24 giorni e ti rimane dentro per il resto
dell’anno.
Che Babbo Natale è una cre-azione: un’azione
d’amore creativo.
L’azione di chi nasce insieme a Gesù…infinite volte…nel dono d’amore”.
Buone
feste.