martedì 28 agosto 2012

Di separazione e di vento

L’ho guardato dritto, dritto negli occhi spiegandogli che sarei tornata, che non doveva preoccuparsi, sarebbe stato solo per poche ore.
Gli ho preparato il latte, gli ho accarezzato i capelli, annusandoli, respirandolo.
Odora di buono, di fieno e di lavanda, di attese, profuma di estate.

Quella bella, quella senza afa, quella di bucato steso all’aria aperta e di pannocchie gialle.

Non era contento che io me ne andassi a lavoro, nonostante ami stare con sua nonna, mia mamma.
Lui vuole la sua di mamma.

Si attacca alle gambe, ci affonda il visino e piagnucola una nenia atavica.
E’ la litania dell’abbandono, il pianto del distacco, la paura della separazione, primitivo e ancestrale come l’istinto. Lui non è mio, non è una mia appendice. Lo sento e lo vivo come un mio prolungamento ma è altro da me.

Lui sa che siamo due cose separate, percepisce nitidamente la distinzione tra me e se stesso, sa che non siamo più un’unica cosa.
Eppure, ogni mia assenza è dramma, ogni allontanamento, separazione.

E allora mi chiedo se sia giusta questa lontananza, se sia costruttiva quest’assenza, se lo fortificherà stare lontano da me, suo intero mondo, o se invece, imparerà sin da adesso il senso e il peso della separazione.
 Mi chiama, come se io dovessi sparire per sempre, mi prende, come se potessi in qualche modo sfuggirgli.

Lui non ha gli strumenti degli adulti, non ha la capacità di conservare la mia immagine e non conosce ancora il valore del ricordo. Sa che se mi nascondo poi riappaio, che se mi copro il viso, poi lo scopro, eppure, ha una fottuta paura che io lo lasci.
Come conosco questo sentimento.

Mi sarà sempre familiare, intimo e profondo come le mie viscere.

Mi sarà sempre vicino, come un amico, come una parte nascosta.
La paura del distacco fa parte di me come la fragilità della separazione, la sensazione di essere vuota di non possedermi abbastanza da colmarmi, mi accompagna da sempre.

Da prima delle mie perdite. I miei lutti hanno solo ampliato il vuoto emotivo.
E porto con me l’assenza di mio padre e non solo.
Non voglio questo per lui. Voglio che la lontananza o la distanza siano sorrisi e labbra e volti, dove ritrovarmi. Che non conosca mai il senso di colpa. Che lo guidi l’integrità morale, ma che non ne sia rigidamente schiavo. Voglio, vorrei, renderlo libero da ogni forma di dipendenza, parentale, emotiva, ambientale. Voglio che io sia certezza, oltre il vento e la terra, che sia per lui radice e volo.

E quando deciderà di lasciare tutto e partire, perché so che lo farà, non riuscendo a guarire ferite, o semplicemente perché cercherà altro, non dovrà avere paura dei cambiamenti come me.
Dovrà essere capace di gestire i pezzi della sua vita, come il migliore dei giocolieri.

Percorrerà chili di chilometri, girerà in lungo e in largo il mondo, camminando fino a farsi venire le vesciche ai piedi, di modo che ogni opportunità sarà per lui ricchezza.
E mi avrà dentro.

Mi cercherà nel sorriso di un bambino, dentro ogni cosa, dentro alle scarpe, sopra ai tetti, nella panna, nel gelato, nei tramonti, nella bellezza, nel volto di una vecchia, nel cuore di un tempio, nelle emozioni, nelle distanze, nell’emisfero australe, nell’oceano indiano e in quello pacifico, fino a quando, non so come, mi troverà dentro.
Lì, ad attenderlo come sempre.
Non sarà più lui ad aspettare che la sua mamma rientri dal lavoro, ma sarò io ad aspettare lui che torna dal mestiere di vivere.

A volte, in certi strani giorni, quando la sua voglia di me confina con il cielo e le nostre mani s’intrecciano davanti al chiarore di particolari tramonti, sento una litania lontana, primitiva e ancestrale come l’istinto materno.

 

 

25 commenti:

  1. Le tue parole sono come una poesia, mi fanno emozionare e pensare. Un abbraccio forte.
    Patrizia

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    1. Ti abbraccio anche io Pat. Grazie per la tua presenza qui

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  2. Grazie, per me oggi queste parole sono come un balsamo.

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    1. :)E' che mentre scrivo calmo i miei demoni.

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  3. Ho studiato la teoria dell'attaccamento e gli stili parentali sui libri. Ho imparato molto, ma sentire queste cose raccontate dalla parte di una madre è diverso.
    Comunque un bambino che non manifesta timore nell'essere lasciato solo ha in genere un attaccamento insicuro/evitante e non è una cosa sempre positiva, anche se spesso aiuta a raggiungere una maggiore indipendenza può infatti rendere difficile lo sviluppo di una corretta teoria delle emozioni. L'attaccamento ottimale è quello sicuro ed è quello in cui il bambino si rattrista per la separazione, ma si consola e non porta rancore verso il genitore quando ritorna. E poi ci sono altri tipi di attaccamento e stili parentali, ma mi sto smarrendo nei miei ragionamenti pedagogici, vero? Ok, smetto. Bel post!

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    1. Quindi dici che sto facendo un buon lavoro? Perchè poi si consola. Sostituita da un gelato al cioccolato a da un bagno nella vasca!!!!

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    2. Sì, stai facendo un buon lavoro... almeno secondo le teorie di Ainsworth e Bowlby. E anche secondo me (ma il mio parere non è altrettanto autorevole).

      Ti lascio qui una breve analisi del comportamento del bambino con attaccamento sicuro (quello migliore), magari così ti convinci che sei un'ottima mamma!

      - Quando il genitore è presente, il bambino appare relativamente autonomo nell’esplorazione dell’ambiente (fa esperienze nuove perché sa che in caso di pericolo può rivolgersi alla figura di attaccamento) e tende a ricercare in modo attivo la partecipazione dell’adulto.

      - Nel momento della separazione, può mostrare segni di stress o di disagio in relazione all’assenza della figura di attaccamento e non al fatto di essere stato lasciato solo (non prova ansia generalizzata, ma soffre la separazione dalla mamma).

      - Nella fase di ricongiungimento, mostra chiari segnali di attaccamento nei confronti del genitore, lo saluta, ricerca la sua vicinanza o l’interazione, oppure, se è a disagio, richiede contatto fisico e consolazione. Quando ottiene contatto fisico o vicinanza, mette in atto comportamenti che tendono a preservarli.

      Il bambino Sicuro manifesta in modo chiaro e aperto e comprensibile i propri bisogni psicologici di conforto e di protezione, perché la figura di attaccamento sa sintonizzarsi con i suoi bisogni e quando ottiene contatto fisico e consolazione dal genitore si dimostra appagato, si lascia consolare e riprende l’esplorazione.
      Il genitore rappresenta per il piccolo una base sicura, un porto sicuro, presso il quale rifugiarsi e trovare protezione, ma dal quale potersi allontanare fiduciosamente per esplorare il mondo circostante. Vi è un corretto bilanciamento fra esplorazione dell’ambiente e attaccamento nei confronti del genitore.

      Ok... mi sono dilungata. Ho riportato alcune informazioni prese dai miei appunti sugli studi della Ainsworth relativi alla Strange Situation. Spero di non averti annoiata e magari di averti tranquillizzata un po'. Altrimenti puoi cancellare il commento lungo e troppo tecnico, non me la prenderò!

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    3. Ma scherzi? Grazie per l'approfondimento, può tornare utile non solo a me.

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    4. Sono contenta, però dovrei smettere di fare commenti più lunghi dei post, no?

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  4. Mi hai fatto piangere, amica mia. Conosco perfettamente quel senso di vuoto e di abbandono, quell'attaccamento atavico che lega un bambino a sua madre. HO perso la mia quando avevo 3 anni e quella sensazione mi è familiare, l'ho vissuta in modo amplificato e .non mi abbandona MAI, nonostante cerchi di essere forte, più cerebrale e più indipendente. Riesci sempre a descrivere ciò che mi porto dentro e che non riesco a manifestare. Grazie perchè ti sento vicina. Sei una mamma speciale :***

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    1. "Amica mia" sono le parole più belle di oggi. E' proprio vero, chi trova un amico trova un grande tesoro.

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  5. A me hanno raccontato che io piangevo sia quando vedevo andare via mia madre sia quando ad andare era mio padre. E' un momento imprescindibile per ognuno di noi ma non lascerà traccia quando saremo cresciuti. Perché allora sapremo che i nostri genitori andavano temporaneamente via anche per il nostro bene.

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    1. Speriamo Barbara. Io cerco di fare del mio meglio.

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  6. uh bellissimo soprattutto quando dici: lui che torna dal mestiere di vivere. Consideravo che Raffaella nel giro di poco tempo sei diventata un'icona nella blog sfera.
    baci

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    1. Ah, ah, spcial friend, giusto un'icona.

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  7. Bel post. Credo che pesi più a noi che a loro, nella maggior parte dei casi.

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    1. Si, lo credo anche io, eppure fa male.
      Ti abbraccio

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  8. bellissimo. naturalmente la mia creatura il primo giorno di asilo mi ha invitata ad andarmene in fretta, doveva chiacchierare con le sue nuove amiche...

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  9. Hai descritto molto bene un sentimento che ci accomuna. Così come lo sforzo per convivere con il senso di mancanza e trasformarlo in forza. Questo post, come molti tuoi, è pura poesia.

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  10. dio mio quanto amore tutto insieme...

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  11. Ti lascio un commento da parte di una mia lettrice che non e' riuscita a commentare da te causa captcha:

    Sono arrivata qui grazie a ero Lucy Van Pelt.
    Mi attirato la parola separazione, direi calamitato.
    Tu scrivi "La paura del distacco fa parte di me come la fragilità della separazione, la sensazione di essere vuota di non possedermi abbastanza da colmarmi, mi accompagna da sempre." ed è come se fossi io.
    Vuol dire che , tutto sommato , non si finisce mai di essere bambini, nonostante la vita mi abbia reso adulta , moglie, madre, insegnante, magari anche nonna ... il distacco è sempre difficile da affrontare , qualunque sia la distanza ed è proprio lui , che ha iniziato il mestiere di vivere , a rassicurarmi talvolta , come io facevo quando era piccolo .
    p.s. Grazie anche a Romina per i suoi appunti.

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    1. uh non ho firmato per lei. E' little-prince.

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    2. Ben venuta Little-prince e grazie a te Lucy.

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  12. Vado subito a ringraziare Robin:D per aver segnalato questo post. Leggerlo è stato commovente.

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