mercoledì 16 aprile 2014

Di chi sono i nostri figli?


La dichiarazione dell’incostituzionalità del divieto dell’eterologa insieme al presunto scambio degli embrioni all’ospedale Pertini di Roma, riaccende i quesiti sull’universo della procreazione assistita.
A dire il vero, interesse mai sopito per le persone che questo universo lo vivono, lo annusano, ci fanno i conti tutti i giorni.

Finalmente qualcuno, oltre a noi, si accorto che tutto l’impianto che ruota attorno a questo mondo è vecchio, polveroso e non sa rispondere alle domande più intime.

Lo scambio degli embrioni al Pertini polverizza anni di dibattiti, accende gli animi, rimette in discussione la fecondazione assistita, l’eterologa, i concetti di maternità e di paternità.

L’uscita di un film “Fhater and sun” film giapponese che, inchioda a riflettere sulla potenza dei legami  affettivi su quelli biologici, ci smonta come pezzi di puzzle.

Fermo restando che, sento una pena infinita per la madre, presunta genitrice biologica degli embrioni impiantati nell’altra donna per sbaglio, la cui gravidanza è andata male, sono sempre più convinta che “la legge del cordone ombelicale batta quella del dna”.

Genetisti e giuristi sono concordi nell’affermare che il legame affettivo conta molto di più di quello biologico.

In “Father and sun” la vita di una coppia viene sconvolta dalla telefonata dell’ospedale che confessa un errore gravissimo: il figlio di sei anni non è il loro figlio naturale.

Il figlio “allattato, cresciuto, accompagnato, istruito, non è biologicamente loro. Non ha lo stesso dna”.

Fermiamoci.

Chi di noi ha un figlio si deve fermare, guardarlo e chiedersi, con la pulizia nel cuore, se, cambierebbe qualcosa nell’amore provato per lui/lei, sapere che non ha il nostro stesso dna.

No. La risposta è no. Non cambierebbe niente. E soprattutto non cambierebbe niente per lui/lei.

Lo scambio d’amore ininterrotto, la consuetudine d’amore, il riconoscersi anche solo annusandosi, se ne fotte della domanda, se siamo figli del sangue, della cultura o di entrambi.
Mia madre è mia madre.

Per la legge italiana “la madre è sempre colei che mette al mondo il bambino. E il padre, in quanto marito della donna, diventa genitore del nascituro.

Nel mondo sempre più complesso della medicina procreativa, della necessità di dare risposte serie, reali e certe ad interrogativi importanti, ritorna, come il ritornello di una nenia atavica, sempre la stessa domanda: quali sono i veri genitori, quelli che allevano o quelli da cui si discende, mamme di pancia o mamme di cuore, mamme biologiche o mamme adottive?

I figli sono di chi si assume la responsabilità di metterli al mondo, indipendentemente dal come. Di chi gli ricostruisce un passato, quando non lo hanno, di chi gli assicura un futuro. Di chi li ama più di se stessi, al punto da essere disposti a rinunciare al bisogno atavico di riprodursi per lasciare una traccia della propria specie. Come lo farebbe un’animale.

Nessuno può dirci cosa voglia dire esattamente essere una madre o un padre. Se possa dipendere dal dna o se siano le ore, i giorni che si fanno tempo liquido, quello dedicato attimo dopo attimo, minuto dopo minuto, a costruire una “consuetudine d’amore” a renderci tali.

Possono esserci tante, tante domande, ma non può esistere una risposta unica. Perché tutto dipende da come si è dentro.

Esistono percorsi, esistono le persone e i propri concetti di maternità e di paternità.

Ma esiste un solo concetto di amore.

Io, so solo che mio figlio è mio, e lo sarebbe anche se avesse il dna di un alieno, o fossi andata direttamente su Marte a prendermelo per portarmelo qui.

Invito tutte coloro che sono già madri a fermarsi davanti al proprio figlio e chiedersi se davvero cambierebbe qualcosa, sapendo che il proprio figlio, magari è stato scambiato nella culla, o ha il patrimonio genetico di un’altra.

Le invito a riflettere, ad ascoltarsi ed ascoltare il proprio cuore. E soprattutto ad ascoltare il cuore del proprio bambino. Come potrebbe vostro figlio rinunciare alla propria mamma o al proprio papà?

La donna che oggi pretende la restituzione degli embrioni che porta nella pancia l’altra mamma, soffre. Soffre terribilmente, per un errore, per una beffa del destino, per la tragica traiettoria che ha preso la sua vita e nessuno la risarcirà di tutto il dolore.

Ma la fortuna, duramente compromessa di un’altra, non può e non deve essere la propria sfortuna.

Lo ha detto una grande donna dal cuore rotto che ancora ama.

Quei bimbi, sono di chi li porta in grembo.

Tutto questo dolore, amplificato dai media e dai social network, rischia di creare un clima di confusione sulla fecondazione assistita che, è e rimane un percorso sicuro, a fronte dei numeri e delle statistiche.

Mi auguro solo che la riflessione sulla legge 40, non venga strumentalizzata ed inficiata da episodi, terribili, ma rari.

 

 

 

 

 

 

 

 

23 commenti:

  1. niente da aggiungere, se non che questa storia, tristissima, è venuta fuori con un tempismo perfetto.

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    1. Sì. ..un tempismo che sa si beffa.

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  2. Hai detto tutto tu, in maniera impeccabile.
    Post che arriva al cuore.
    Betti

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    1. Grazie Betty. Avrei preferito non sentire questa dolorosa storia.

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  3. Più rifletto su questa storia e più non trovo soluzione al dolore. E penso che sarebbe stato meglio non sapere. Che la donna che porta i bimbi nella pancia non sapesse. E che la donna che invece non li ha avuti, nonostante fossero cellule delle sue cellule, non sapesse. Così le loro vite sarebbero proseguite, una nella gioia per avercela fatta, l'altra nella sofferenza già provata di non avercela fatta nemmeno questa volta, ma una sofferenza sopportabile e accettabile. Invece così è tutto molto più difficile. A volte il destino è proprio beffardo.

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    1. Hai ragione. Questa volta il destino è stato davvero crudele.

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  4. Qualcuno qui soffrirà .... non so cosa farei io se fossi in mezzo a quel caos ...ma a vederlo da fuori dico solo ...qualcuno soffrirà ...fate che non siano i bambini. Solo questo.

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    1. Quanta sofferenza. Che Dio le aiuti.

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  5. qui qualcuno soffrirà.... e se la legge deciderà diversamente rispetto a chi li porterà in grembo ancora peggio.....

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  6. per quanto difficile è il tema, mi trovo molto daccordo con le tue parole. Anzi. Questa storia mi ha chiarito tanti dubbi che avevo, ora molto meglio di prima, ho le idee più precise.

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  7. Io mio figlio l'ho amato prima ancora di portarlo in grembo, l'ho amato ad ogni monitoraggio, ad ogni puntura e ad ogni "... mi dispiace, è negativo" e nessun dna potrebbe mai cambiare ciò che ho sempre provato e provo per lui.

    Buona Pasqua a tutte voi.


    Con affetto.
    Laura

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    1. Buona Pasqua a voi. Grazie.per la tua testimonianza.

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  8. Se e' la consuetudine d'amore, la presenza costante, la quotidiana vicinanza, a fare di una madre e di un figlio, una madre ed un figlio, come credo anche io. Al di la' del DNA, allora forse in questa storia una madre non c'è ancora, perché nonostante il legame forte della gravidanza, la consuetudine d'amore nascerà dopo, con il bambino, e potrebbe farlo con l'una o l'altra donna.
    Eppure qualcosa in me dice che il figlio e' di chi porta avanti la gravidanza.
    Perché se quel DNA fosse arrivato alla madre biologica come era scritto che dovesse avvenire, oggi forse la gravidanza non ci sarebbe come non c'è.
    In ogni caso, temo che queste due famiglie e questi gemelli soffriranno sempre di questo sbaglio, al di la della legge giuridica e di quella morale di ciascuno.

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  9. Questo tuo post e' meraviglioso. Mi sento solo di dire, Raf, che ho pena enorme per queste due donne. Una che si e' vista rubare il suo futuro, anche se non avra' mai la certezza che quei due embrioni nel suo utero sarebbero diventati due feti, parola che odio, ma quella e'. L'altra alla quale invece e' stata gettata un'ombra sulla felicita', e non avendo avuto altri figli prima non sapra' mai, mai, mai, che crescere un figlio geneticamente proprio o no non cambia davvero niente rispetto all'enorme amore che si prova.

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    1. Analisi profonda, sincera, bellissima. Si, nessuna saprà mai come avrebbe potuto esse
      Re.

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  10. Ti sei messa nei panni della donna che adesso ha in grembo gli embrioni, non suoi, ma che ama e cura come se lo fossero, che partorirà, crescerà e seguirà perchè saranno giustamente figli suoi...
    Ma proviamo a metterci nei panni di quella donna che ha sofferto come noi e che adesso sa che nel mondo ci saranno figli suoi ma che, per uno scherzo beffardo del destino non vivranno con lei, non sarà lei a cullarli, ad allattarli,a cambiarli....
    Come si può spiegare a questa donna che affermati genetisti e giuristi hanno detto che il legame affettivo è molto più profondo di quello biologico?
    Credo che in questa storia non sia tutto così facilmente bianco o nero...purtroppo!

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  11. Questa è una storia di dolore. Nessuno risarcira' la sofferenza della donna biologicamente madre e provo una pena infinita per lei. Anche se non è detto che i suoi embrioni si sarebbero impiantati. Mi sono messa nei panni dell' altra perché credo sia più forte, una volta in pancia avere il terrore di perderli. Ma credimi ad entrambe va il mio pensiero. In questa faccenda c' e molto grigio, altro che.

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    1. La donna che ha nel grembo gli embrioni ha una speranza, quella di diventare madre, cosa che io le auguro con tutto il mio cuore!
      La donna biologicamente madre è stata derubata di quella speranza....

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  12. Gran bel post, come sempre. Quel film lo devo assolutamente vedere!
    Buona Pasqua a tutti e 4 (cane compreso) :-)

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  13. Un discorso spinoso e difficile... l'hai affrontato con la tua solita capacità di lasciar parlare le emozioni.

    Io non sono madre, non credo di poter capire... credo però fermamente che i figli sono di chi li cresce, quindi non di chi ne ha il patrimonio genetico e nemmeno di chi li partorisce. Certo, se sapessi che un mio bambino sta crescendo nel ventre di un'altra non so come potrei sopportarlo... mentre porterei volentieri in grembo un figlio non mio, anzi, sotto certi aspetti, per me sarebbe meglio.

    Però sono tutti discorsi di carta... ne riparliamo se mai un giorno avrò un mio cuccioletto.

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