lunedì 2 settembre 2013

Semplicemente “Jackie”


A Venezia torna Kennedy. E’stato presentato alla Mostra di Venezia "Parkland" le storie di chi,  quel giorno di novembre c’era. Peter Landesman, reporter investigativo del New York Times debutta dietro alla macchina da presa con un film che si concentra sulle vicende di medici, infermieri, agenti di polizia presenti a Dallas il 22 novembre del 1963.

Il regista: "Volevamo metterci nei panni degli uomini qualunque che si sono ritrovati a vivere la Storia”.

Sono sempre stata attratta dalla figura di Kennedy. La saga della sua famiglia mi affascina. Una famiglia in bilico tra successo e dramma, potere e umanità.

Forse, i grandi leader, quelli veri, desiderano essere liberati dalla solitudine del loro potere e la vita impone loro dolori enormi a dimostrare che, alla fine, è lei a detenere il potere più grande.

 
Tempo fa, ho immaginato una donna…

 
                                                            Semplicemente “Jackie”

 

Sento freddo, tanto freddo.

Ho le gambe intorpidite, irrigidite e ferme, quasi senza vita, esattamente come quel figlio che non c’è più.

Dalle persiane filtra una luce quasi liquida. Un barlume che si scioglie, liquefatto nella pena.

Deve essere giorno. Un altro interminabile, lunghissimo giorno. Se chiudo gli occhi, posso far finta di essere altrove, posso far finta che sia ancora notte, far finta che il sole non sorga mai più.

Non sento niente. Né mani, né piedi, né anima.

No, sbaglio, ti sento, eccome. Freddo, gelido, paralizzante come solo il dolore sa essere.

Non voglio alzarmi, voglio sprofondare, dimenticata, insabbiata nel niente.

Non credo che verrai a vedere se sono sveglia, sei troppo occupato a trasformarti nel più grande mito americano.

Non che io ti aspetti, non lo faccio più da anni. Non trovo neanche più disdicevoli le tue scappatelle.

Non mi hai promesso nulla di più di quanto io stessa non fossi pronta ad accettare.

Sono l’icona dell’eleganza internazionale, sono la first lady, sono la moglie di JFK, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, il primo presidente americano cattolico.

Il primo che muove le masse, il primo che coltiva gli ideali di giustizia, ma non disprezza, quanto me, il lusso e la materialità.

Come sei abile nel promettere una svolta epocale, come sei umano nel programmare la cancellazione di ogni discriminazione. Realizzare velleità idealistiche è un’arte che, eserciti con vigorosa maestria. Scontenti tanti, forse i più potenti, ma sei così abile da conquistarti il cuore dell’America vera, il sostegno dei più deboli.

E ti ho amato per questo, Dio solo sa quanto ti ho amato.

Hai energia, carisma, stile, hai fascino da vendere; ma ricorda, la tua immagine la devi anche a me. La tua devota e altrettanto fascinosa moglie, l’aristocratica e raffinata Jacqueline, l’intellettuale e colta signora Lee Bouvier.

Sei bravo, indiscutibilmente bravo; bravo nel governare, bravo nel nascondere i tuoi tradimenti, bravo nel lasciarti sempre aperte vie di fuga, così ti è più facile, poi, provvedere alle attese deluse di chi ti ha aspettato, di chi ha progettato e creduto nel disegno di una famiglia felice, di chi ha sognato per te e per se, un futuro migliore insieme, consapevole una volta in più, di farlo a suo rischio e pericolo.

 

Non aspetto più. Non ti aspetto più. O forse aspetto solo di trovare la forza per alzarmi di nuovo, per tornare a essere di nuovo la “debuttante dell’anno”, quella ammirata per il portamento, la grazia, la bellezza, quella mai appariscente e volgare. Quella le cui apparizioni in pubblico sono sempre un gran successo, centellinate con pazienza e moderazione, pensate e calibrate per contribuire alla credibilità del presidente, il padre dei suoi figli.

Ma noi questo figlio lo abbiamo perso. Solo due giorni. E’ vissuto, solo due giorni. Come se gli fosse bastato così poco tempo per decidere che non gli piaceva per niente entrare a far parte di questa farsa, questa tragica commedia che abbiamo creato insieme.

Arabella è stata meno coraggiosa, lei è nata morta. Forse anche lei ci ha spiato, osservati per poi decidere di non vivere.

Sento dei passi lontani, di sicuro non sei tu.

 

Ho voglia di scomparire, di abbandonare questo mondo, di non lasciare traccia alcuna, di evaporare come l’acqua, smarrirmi dentro le pieghe di questo letto.

Sento il suo odore, qui dentro. L’odore di un nuovo inizio, di una nuova alba, un altro bambino che avrebbe rinsaldato la nostra unione, una nuova ancora a cui aggrappare questa nostra travagliata unione.

E invece no, Dio ci ha punito. Ha punito scavando nelle nostre vite private, ci ha punito per la nostra integrità morale.

Lo sento, lo sento come un presentimento, come un orrendo presagio. Sento che questo è solo l’inizio. Sento che il destino ci chiederà il conto per una vita piena di agi, sento che dovremo espiare le colpe della nostra bramosia di potere.

 

Ho freddo, un freddo anormale, un gelo che mi blocca il sangue. Perché il mio bambino, perché lui, perché sento che non finirà qui?

Ho fatto un sogno, questa notte, o forse la precedente, non lo ricordo bene.

Tenevo i bambini per mano e seguivamo silenziosamente una lunga processione funebre.

Cercavo disperatamente qualcosa, ma non ricordo cosa.

Ero agitata, disperata.

Ho pensato che fosse per via di quello che era successo, per via del funerale del bambino.

Mi sono svegliata con il fiato grosso, affannata, stremata. Tu non c’eri, non eri accanto a me. Ho guardato la mia mano, cercandovi dentro i pezzi della tua testa.

 

Ti odio, eppure non riesco a impedire che affiorino le immagini del nostro primo incontro.

Il Washington Times-Herald mi dette l’opportunità di intervistarti; tu eri, allora, il senatore del Massachussetts. Fu un vero colpo di fulmine, ci sposammo l’anno dopo.

La tua famiglia disse che io li sedussi, tutti quanti. Capì più tardi che io vi davo quello che a voi mancava: la classe.

Tuo padre ha sempre sognato un figlio presidente d’America.

I suoi imbrogli insieme con quelli di tuo nonno, hanno fatto della tua famiglia una delle più ricche, meglio non sapere per mezzo di quali attività o grazie a quali alleanze.

Io ero quello che ti mancava; una moglie sobria, colta e ben educata.

Oh, Dio John, quand’è che ci siamo persi?

Quand’ è che abbiamo smesso di credere in quello che eravamo per diventare la coppia presidenziale più in voga del momento? Quand’è che abbiamo smesso di essere una coppia per diventare due estranei?

E’ possibile aderire così completamente a un ruolo, al punto di perdere la propria identità, al punto di perdere quello che si è stati, quello in cui si è creduto?

Al punto da non sentirsi più semplicemente Jackie?

Eppure, lo avevamo promesso. Ma lo abbiamo dimenticato, ciascuno impegnato a negoziare con le proprie bramosie.

Abbiamo perso John, abbiamo perso il nostro bambino, abbiamo patteggiato una vita sfavillante, al posto di qualcosa che non c’è più.

Inutile stupirsi, forse lo sapevamo.

 

Non aspetto più nulla, eppure, aspetto da un momento all’altro che entri da quella porta e che mi abbracci.

Mi aspetto che il mondo si fermi, anche solo per poco, per rispettare il mio lutto; mi aspetto che la vita si interrompa, anche per pochi istanti, che mi dia tempo per rincollare i nostri pezzi, che ci dia tempo per ritrovarci, smarriti e sperduti dentro eventi che hanno cambiato rotta.

Io non so più dove cercare, John, non lo so più.

Avevo undici anni quando i miei divorziarono. Undici anni. Come può una bambina di quell’età capire cosa sia una separazione?

Ho promesso a me stessa, che mai avrei fatto vivere ai miei figli la stessa sorte, quella subita da me e mia sorella.

La ricchezza, i viaggi, gli studi all’estero, l’arte, non hanno mai riempito un vuoto incolmabile.

A quell’epoca mi salvò l’amore per i cavalli. Diventai brava, sai? Una bravissima cavallerizza.

Forse avevo già cominciato la mia corsa.

 

Sai come la gente chiama la tua amministrazione, John?

“Camelot”.

Camelot, la fortezza di re Artù.

Camelot, luogo di cavalieri, patria delle più alte qualità.

E da te, amore mio, ci si attende la più grande delle virtù.

Una virtù che comprenda ogni valore; franchezza, bonta' e nobilta', pieta' e temperanza; coraggio e forza fisica; disprezzo della fatica, della sofferenza e della morte; coscienza del proprio valore; fierezza di appartenere ad una casata, di essere uomo, di rispettare la fedelta' giurata,  bellezza fisica, eleganza, dolcezza, delicatezza. Ogni virtù, amore mio.

Ma vedi caro, per quanto gli altri o le generazioni future, potranno considerare la tua presidenza un’epoca idilliaca, il momento del tuo splendore, è il mio momento di infelicità.

Le cose che mi allontanano da te sono le stesse che a te mi riportano, le cose che odio di te , sono le stesse che di te mi affascinano.
Ma per essere uomini non basta la nobilta' di nascita: i doni naturali devono essere affinati da una speciale educazione e mantenuti in esercizio dalla pratica quotidiana.

La fedeltà giurata deve essere mantenuta. Deve essere mantenuta.

E’ inutile che io rinnovi gli interni di questa casa, inutile che io allestisca e restauri questa dimora, come un nascondiglio, un rifugio, inutile che organizzi pranzi ufficiali, circondandoci di artisti e celebrità; questo non sarà mai il nostro focolare.

Ricordo bene il discorso del tuo giuramento. Chiedesti agli americani cosa ognuno potesse fare per il proprio paese.

 

E noi, John, cosa possiamo fare per salvarci, per salvare quello che resta di noi?

 

Lo so, non sono migliore di te. Viviamo ad un gradino così alto della scala sociale, che siamo costretti ad una vita fuori dagli schemi, diversa da quella della gente comune.

A volte, come adesso, qui nel letto, rimpiango di non aver scelto quel tipo di vita.

Ma come avrei potuto? Io sono nata per questa vita.

Avrei voluto curare la tua osteoporosi, alleviare i dolori della tua spina dorsale, sorreggerti nei momenti bui, avrei voluto.

 

Lo so, sai? So delle tue relazioni extra-coniugali con il personale femminile, so delle visitatrici della Casa Bianca, so di quell’attrice, che porterai alla follia.

Ma attento John, lei è molto più fragile di me.

Non abbandonerò il mio status per gettarti tra le braccia di una qualunque, per quanto bionda e bella possa essere.

Io sono la moglie di JFK, la sola, l’unica e per quanto io non gradisca questo titolo che mi ricorda il nome di un cavallo, io sono la First Lady.

 

A volte penso che un’inflessibile legge del contrappasso accompagnerà sempre la fama e il successo della tua famiglia e di conseguenza anche la mia.

La prima e unica famiglia reale americana che farà eternamente i conti con un cupo destino.

Siete un clan, John e come tale cercate di coprirvi l’uno con l’altro, cercate di nascondere i vostri drammi. Come avete fatto con la povera Rosemary.

Tuo padre proprio non poteva sopportare che uno dei suoi figli non fosse capace e competitivo, non poteva sopportare che avesse delle possibilità in meno rispetto agli altri. L’avete gettata in un istituto per malati di mente come una cosa difettata, una macchia, qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere.

Quanta bugie John, quante bugie.

Se solo si potesse andare oltre l’immagine ufficiale di coppia felice che regaliamo, se solo fossimo in grado di andare oltre l’apparenza.

Vorrei urlare, urlare a tutti, “E’ una fandonia, è tutto un grande bluff”.

A dispetto delle foto che ci ritraggono insieme ai nostri figli, dentro quegli abiti volutamente informali e in finti teneri atteggiamenti, siamo due persone orribili.

 

Sai che cosa ho fatto, John? Ho chiesto il divorzio. Ma certo che lo sai. Come sai che non arriverà mai, mi conosci troppo bene.

Hai spedito tuo padre a comprarmi non appena si è sparsa la voce dentro la famiglia.

E sai la cosa peggiore John?

Mi sono fatta comprare da un milione di dollari. Sì, John, proprio così, la nuora infelice si è venduta in cambio della salvezza della nostra unione.

Che scandalo sarebbe stato, avrei precluso la strada del successo politico anche ai tuoi fratelli e questo tuo padre non poteva accettarlo.

 

E’ più facile attribuire a te la colpa della mia infelicità piuttosto che ammettere che sono io stessa la causa del mio sconforto. Ho liquidato la semplicemente Jackie per una vita vissuta all’insegna del potere e del tradimento.

Non sono migliore di te.

 

A volte penso che solo una grande tragedia possa mettere fine a questo spettacolo e a questa gloria.

Nonostante i nostri drammi, solo un finale più tragico, solo una tua plateale morte potrebbe renderti eterno. Tu rimarresti senza tempo, infinito, illimitato, sconfinando la tua grandezza nelle generazioni future, indelebile come i grandi sogni.

Quanto a me, non sarò mai semplicemente Jackie, amo troppo il denaro e il potere.

 
Ho aspettato troppo. Sono stanca. Ormai sarà giorno e come sempre tu non sei qui.

Un altro nostro insuccesso, la nostra ennesima sconfitta.

I tuoi impegni sempre più impellenti, le emergenze del mondo, il mio disincanto, la freddezza che ha preso il posto alla tenerezza, quella capacità di ascolto che tanto mi aveva affascinata quando ancora eravamo capaci di trovarci, la mia disponibilità esasperata.

Bugie, presidente, altre bugie. Non sono queste le ragioni della nostra fine.

Siamo noi, John, la parte peggiore di noi.

 
Con uno sforzo sovraumano cerco di alzarmi.

Dio dammi di nuovo la forza, salva quello che resta, salva i miei figli.

Fa che a loro non accada mai niente di orribile e se dovesse capitare fa che io non assista alla loro morte.

Niente scuse o perdoni per me, sono quello che sono.

Semplicemente Jackie.

 

 

3 commenti:

  1. Un dolore universale in una vita unica, lo hai reso perfettamente.

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  2. Un fantastico racconto! Bravissima Raffaella!

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