venerdì 23 novembre 2012

Vorrei, da qui oltre le stelle

Per lei, mia madre.

 Ti guardo.

Sei seduta sul divano con lo stile che ti contraddistingue, sobria e regale e l’impeto di venire lì ed accoccolarmi tra le tue braccia come un tempo, mi assale.
Non serve parlare, ti ho detto tutto, mi hai detto tutto.

Ci siamo raccontate dei sogni che passano insieme alle loro code; ci siamo strette a questo nodo che ci lega al mondo, strattonate, allontanate, ritrovate.
Ho urlato nel silenzio di notti insonni e tu mi hai sentito, io ti ho scaldato, quando tremavi.

Abbiamo vinto battaglie che non pensavamo di combattere; hai parlato con le cose inanimate e queste hanno vissuto di vita propria, almeno nel mio immaginario.
Ho visto, grazie alla forza della tua fantasia, posti, persone, paesi, luoghi che solo la ricchezza della tua inventiva poteva rappresentare in immagini visibili solo ai miei occhi.

Hai sfidato la vita, ti hanno emozionato gli arcobaleni e  l’azzurro di diversi cieli, hai combattuto la prepotenza del più forte.

E sei qui, più bella che mai. E le tue rughe parlano di te.

Penso che vorrei essere la madre che tu sei stata per me.

E allora mi rivolgo a te, bambino mio.

Vorrei che avessi occhi verdi come lei, ciglia folte con le quali sfogliare i ricordi della vita e vorrei che questi non volgessero mai  in rimpianti.

Vorrei parlarti delle distanze, dei dubbi e delle paure.

Incontrerai qualcuno che ti sembrerà così simile a te, da pensare di condividere il futuro insieme, vorrei essere lì ed abbracciarti, come ha fatto lei, quando vivrai il dolore dell’abbandono e la sensazione di non avere più il futuro; quando imparerai a tue spese, che le cose che ti allontanano dalle persone, spesso, sono le stesse che ti riportano a loro, che la diversità ha spesso un potere adesivo, eppure scoprirai la natura del dubbio e della separazione;

allora dovrai superare le incertezze con scelte coerenti, e confermare gli impegni assunti, giorno dopo giorno, anche quando sarai stanco anche quando fuori piove, senza contravvenire ai patti fatti con la  tua anima.

Dovrai, per forza di cose, deludere qualcuno e sopportarne il peso, pur di non tradire te stesso, come lei, con la sua eterna coerenza, costi quel che costi.

Non so se sarò capace di indicarti la via da seguire, i confini entro i quali dovrai camminare, i margini del giusto e dello sbagliato, del bianco e del nero, ma cercherò di illuminarti, dal faro della riva, come lei fa ogni qual volta fatico ad arrivare su nuove sponde.

Ti lascerò andare, quando vorrai partire, quando dovrai disegnare spazi da riempire di cose nuove, ma mi ritroverai ad aspettarti e non dormirò vicina al telefono.

Avrò paura che potrà succederti qualcosa di brutto e cercherò di evitarlo, ma già so, che non potrò caricarmi i tuoi dispiaceri, ne far sì che questi si rimpiccioliscano.

Starò in ansia, quando non ci sarai.

Starò in ansia, quando non torni.

Starò in ansia ai tuoi esami.

Starò in ansia per te, proprio come lei è in ansia per me, ma gioirò dei tuoi successi, orgogliosa e fiera.

Per anni ho pensato che il cordone ombelicale che mi ha unito a lei per nove mesi, non sia stato mai reciso, elastico e duttile, invisibile, eppure presente; si è adeguato alle pieghe delle nostre vite, si è allungato superando distanze fisiche ed emotive, saldo e forte come la roccia.

Ho paura, paura di sbagliare, di non riuscire a renderti libero, di non essere in grado di non viziarti del mio senso di precarietà, di darti la sicurezza che ti serve per crescere, scevro e libero  da timori e pregiudizi.

Ti guardo e mi domando se potrò mai amare mio figlio come tu hai amato me.

Mi accoccolo tra le tue braccia, in silenzio; tu mi accogli e la fatica della giornata trascorsa scivola via, un bagno caldo al rientro dopo una giornata uggiosa, casa e rifugio per cuori inquieti.

Penso che tu sia sempre stata questo, il mio rifugio.

Mi chiedi a cosa sto pensando, ti rispondo “a te”.

Non sai che vorrei dire a mio figlio che vorrei essere come te, che vorrei trasmetterle quello che sei.

Vorrei che ti somigliasse, dentro e fuori, che fosse la tua contiguità, non la mia, così potrei vederti quando, un giorno non ci sarai.

Eppure, so che neanche la morte potrà spezzare il nostro contatto.

Ti raggiungerò anche senza toccarti, scovandoti, anche, in quella perdita di coscienza.

Mi spingerò a te  nel sopore profondo di quel nuovo limbo.

E lo farò con caparbietà e dolcezza con determinazione e spavento, cullandoti tra parole e racconti, esattamente nel modo in cui tu mi calmavi nel cuore della notte quando i brutti mostri mi entravano nella stanza turbandomi e più tardi quando l’incertezza di crescere, minava il cuore di una bambina.

E poiché avrò ancora bisogno di te, dovrai seguirmi, consigliarmi, badare a me, dal posto ameno in cui ti troverai, attraverso il fascio di luce che ti avvolgerà.

Ti raggiungerò ovunque da qui oltre le stelle, oltre la vita e oltre, superando così la distanza che ci separerà.

Mi hai insegnato la sensibilità, l’onestà civile e morale, l’empatia, insieme alla capacità di soffermarsi sul mondo interiore degli altri e l’intelligenza di capire cosa muove i cuori altrui.

Mi hai insegnato il buon senso ed il suo contrario, la fantasia ed un mondo popolato di magia, comunicandomi l’incanto e il disincanto insieme a grandi ideali, accompagnati spesso dalla delusione di non poterli mettere in atto; ma sei sempre rinata dalle tue macerie.

Vorrei dare a mio figlio le stesse tue risorse, il piacere di ridere e occhi profondi per vedere al di là delle cose e del mare, di quel mare che tanto ti affascina sorprendendoti ancora con i toni dei suoi mille colori.

Non vorrei dargli delle ali, sarà lui stesso a costruirle con il mio aiuto, ma una grande valigia, da cui estrarre decine e decine di desideri e con questi l’abilità di realizzarli; una grande valigia che l’accompagni per il mondo, quando intraprenderà lunghi viaggi di andate e ritorni, colma di piccoli pezzettini di te, piena di quello che di te, io sarò capace di trasmettergli.

Ma non dovrà preoccuparsi il giorno che dovesse perderla in qualche aeroporto o in qualche stazione sperduta,  perché ciò che la valigia contiene gli vivrà dentro in modo così vivace da fargli dimenticare che i giorni hanno fini e che la bellezza passa.

Voglio però pensare che gli avrò insegnato la capacità di ritrovare la bellezza lungo la linea dell’orizzonte, quella sottile che separa il cielo dal mare, che sfiora tutte le sere la luna in fuga, fino alle stelle ed oltre. Lì saranno ad aspettarlo le persone che sono partite prima di noi.

 

13 commenti:

  1. ...come spesso accade non so cosa scrivere. Un bacio.

    RispondiElimina
  2. Se un giorno mia figlia parlasse così di me.... potrei morire di infarto dalla gioia!

    RispondiElimina
  3. che bella dichiarazione d'amore

    RispondiElimina
  4. stupendo...anche io spesso penso che vorrò essere per i miei figli almeno un po' di come è stata lei per noi.

    RispondiElimina
  5. Non si può aggiungere altro, è perfetto così.
    È il fatto di non aver ricordi come questi che talvolta mi fa disperare di diventare io una buona madre ...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti capisco Marzia, io spesso penso le stesse cose.
      Ma credo che a modo nostro sublimiamo questa mancanza dandoci, se possibile, ancor di più ai nostri figli.

      Elimina
  6. Che bella dichiarazione d'amore!!! Come mi sarebbe piaciuto avere una mamma così e invece la mia non c'è mai stata veramente per me e non mi sono mai sentita protetta da lei. Solo ora che sono mamma un po' la capisco ma spero tanto di essere una mamma molto diversa da come è stata lei con me.

    RispondiElimina
  7. "E poiché avrò ancora bisogno di te, dovrai seguirmi, consigliarmi, badare a me, dal posto ameno in cui ti troverai, attraverso il fascio di luce che ti avvolgerà.
    Ti raggiungerò ovunque da qui oltre le stelle, oltre la vita e oltre, superando così la distanza che ci separerà." Ho le lacrime agli occhi (e tu sai perchè...). Sei una figlia, una mamma, una persona davvero speciale ed unica! :***

    RispondiElimina
  8. Mi hai fatto venire le lacrime agli occhi!! Non so come sia stata la tua mamma ma tu sei una mamma straordinaria..

    RispondiElimina
  9. “Dunque, tu credi proprio d'aver commesso le tue follie per risparmiarle a tuo figlio? E puoi forse proteggere tuo figlio dalla samsara? In che modo? Con la dottrina, con la preghiera, con le esortazioni? Caro mio, hai dunque interamente dimenticato quella storia, quella istruttiva storia di Siddharta, il figlio del Brahmino, che tu mi raccontasti proprio qui, in questo stesso posto? Chi ha protetto il Samana Siddharta dalla samsara, dal peccato, dall'avidità, dalla stoltezza?”
    "Siddharta", Hermann Hesse

    RispondiElimina
  10. Mi hai proprio commossa, Raffaella. Riesci a trasmettere così tante emozioni con i tuoi post che diventa davvero difficile non piangere, ma sono lacrime buone, lacrime che è bello versare.

    RispondiElimina